Editoriale
L'uomo senza suolo
di P. Sequi
Occuparsi di diversità biologica è importante e attuale: se con il
miglioramento genetico si ottengono cultivar sempre più produttive e resistenti alle
avversità che oggi conosciamo, poter recuperare geni da varietà rustiche o anche solo
non più utilizzate in agricoltura garantisce contro rischi futuri, dato che non abbiamo
idea di quali saranno.
Probabilmente, però, fra qualche tempo gli studi sulla biodiversità
saranno considerati un approccio arcaico. Oggi che le conoscenze sul genoma umano
progrediscono e che si inizia a comprendere quali sono le relazioni fra anomalie di
costituzione dell'organismo e composizione del corredo cromosomico, non è inverosimile
supporre che per prevenire o curare determinate malattie sarà normale prassi in futuro
tagliare o sostituire qualche pezzo di DNA. Lo stesso, in seguito, si può pensare che
capiterà con molti organismi viventi, a partire dalle colture agrarie.
Ma veniamo al rapporto fra uomo e suolo. Man mano che un paese
progredisce, gli addetti alle attività primarie diminuiscono e si riversano sulle
attività secondarie prima e su quelle terziarie poi; qualche tempo fa io ho postulato
l'avvento di attività quaternarie, e probabilmente non sono stato poi tanto lontano dalla
realtà. Molti anni fa sono comparse nello zoo di Milano pecore, capre e galline: unico
modo per far conoscere ai figli dei milanesi queste strane creature. Due o tre anni fa un
sondaggio del "Messaggero" ha rilevato che la stragrande maggioranza dei figli
dei romani credono che uova e fragole siano prodotte in qualche industria specializzata
(industria, si badi, non azienda agraria industrializzata). Se fin da bimbi ci si
allontana dalla conoscenza delle specie animali e vegetali coltivate, figuriamoci che può
divenire il suolo: un puro ignoto, per il quale non si prova nemmeno il classico terrore o
fascino. Semplicemente, non c'è. Nei vasi dei terrazzi si pone un terriccio composto che
trattiene acqua e concime; attorno agli alberi dei viali cittadini ci sono, se ci sono,
aiuole terrose che hanno solo la funzione di assorbire la pipì dei cani. Insomma, il
cittadino non è ancora un clone, e speriamo che non lo sia mai, ma il suo cervello appare
quello di un clone condizionato ad un concetto di natura irreale, con parchi ricchi di
salici piangenti, laghetti, uccellini e tante altre belle cose fra le quali il suolo non
è contemplato.
Certo l'impianto della legislazione nazionale, e non solo di quella
nazionale, non aiuta la diffusione della cultura del suolo. La legge sulla difesa del
suolo di fatto non riguarda il suolo. Le leggi sulla pianificazione territoriale non si
curano del suolo. Che il protocollo di Kyoto si è dimenticato del suolo l'abbiamo
considerato nel numero precedente. Non è d'aiuto neppure la scuola, se si arriva
all'esame di maturità senza sapere che esiste il suolo. Certo è più facile catturare
l'attenzione sulla biodiversità parlando di panda, aironi e leoni marini, piuttosto che
di batteri azotofissatori, nematodi e delle sterminate popolazioni del suolo per le quali,
quelle si, la biodiversità andrà sempre preservata. Forse sarebbe utile insegnare già
ai bambini della scuola materna che camminare su un prato non significa solo calpestare un
tappeto erboso con tanti bei fiorellini, ma anche essere su di un mondo animato ed
invisibile senza il quale probabilmente non vi sarebbe vita sulla terra. E che dire poi
dell'Università? L'ambiente dei corsi di laurea in scienze ambientali ha dato
l'ostracismo al nodo degli equilibri ambientali, il suolo. Ma nelle scienze agrarie non si
va poi molto meglio, soprattutto se si pensa che in corsi di laurea come quelli di
tecnologie alimentari o di produzione animale ci si dimentica totalmente dell'uso del
riciclo delle biomasse e ovviamente del suolo. Ci si approvvigiona di materie prime e si
trascura di chiudere il ciclo con il ritorno dei residui al suolo. Ci si occupa molto di
alimentazione animale, ma non ci si cura del fatto che gli animali, ahimè,
inevitabilmente producono deiezioni.
Già, le deiezioni. Rappresentano un pericolo per il progressivo
degrado della qualità delle acque e devono essere depurate (sic!), recita la legge
483/89. E leggiamo nella relazione sullo stato dell'ambiente, quella che il Ministero
dell'Ambiente ha licenziato nel 1989, che la responsabilità della contaminazione delle
falde acquifere risale
alla pratica, sempre più diffusa, dello spandimento sul
suolo di liquami e fanghi di origine zootecnica. Ma senti che novità perverse! (per la
verità questa affermazione fu omessa nelle edizioni successive)
Il clone/cervello umano senza suolo si diffonde via via che un paese si
sviluppa. Si crea una perniciosa frattura fra i cervelli cittadini ed i pochi ancora a
contatto con le attività primarie. E c'è da aspettarsi che nei paesi più avanzati del
nostro, almeno intendendo come sviluppo il calo degli addetti alle attività primarie, la
conoscenza del suolo e delle sue funzioni di riciclo sia ancor meno progredita che da noi?
No, nell'America Settentrionale le cose non stanno proprio così. Ma propongo ai lettori
due chicche. La prima è di Webber e Hilliard che nel convegno "Sludge handling and
disposal", svoltosi a Toronto nel 1974, hanno scoperto che la pratica
dell'utilizzazione del pozzo nero sul terreno è un'usanza inventata dai prussiani nel
1559. La seconda è di W.J. Hartman Jr. della U.S. Army Corps of Engineers, che nel 1975
ha scoperto che l'uso del pozzo nero sul terreno si è sviluppato in Inghilterra e
nell'Europa Occidentale nella metà del 1800, era noto in Australia dal 1896 e conosciuto
perfino negli Stati Uniti, all'epoca.
Homo sine humo! Che direbbe Columella di tali posteri? Che si andassero
a rileggere come quasi duemila anni fa egli classificava il genus stercoris ex hominibus
nel cap. XIV del secondo libro dell'Arte dell'agricoltura? Forse. Intanto noi ne prendiamo
lo spunto per dare il benvenuto al Comitato Tecnico che nella Società intende occuparsi
di educazione e divulgazione della scienza del suolo. |