Indice Bollettino SISS n° 2
Anno XLVII (1998)

Atti de Convegno Annuale S.I.S.S.
La Qualità del Suolo per un Ambiente Sostenibile
Roma Giugno 1997

Introduzione P. Sequi

I Commissione - (Fisica del Suolo) - presidente M. Pagliai

Valutazione di alcuni parametri fisico-meccanici di suoli sottoposti a pascolo. Nota 1. F.A. Biondi et Al
Suoli antropici e naturali nell’Appennino ligure: confronto tra alcune caratteristiche chimiche e chimico-fisiche. E. Bonifacio et Al
Un metodo per la stima della porosità di un suolo agrario. A. Castrignanò et Al
SOILPAR un software per la stima e la validazione dei parametri idrologici del suolo. M. Donatelli et Al
Effetto di sistemi colturali diversi e dell'applicazione di compost da RSU sulla dinamica della stabilità strutturale del suolo. S. Pellegrini et Al
Studio della qualità dei suoli del sistema “piscine” nella tenuta presidenziale di Castelporziano. P. Scandella et Al 
Impatto di diverse modalità di gestione del vigneto sulle qualità fisiche di due tipi di suolo. N. Vignozzi et Al
Effetto delle tecniche di gestione del vigneto sull'erodibilità dei suoli del terziario piemontese. E. Zanini et Al

II Commissione (Chimica del Suolo) - presidente A. Violante

I noduli di Fe Mn quale trappola pedologica per i metalli pesanti e per il fosforo. Nota 1. F.A. Biondi et Al
Studio di frazioni umiche del suolo mediante elettrottroforesi capillare. G. Bragato et Al
Interazione tra molecole organiche contenenti fosforo e colloidi inorganici del suolo. L. Celi et Al
Influenza di ossalato sull’adsorbimento di Cu2+ su minerali e suoli a carica variabile. A. De Cristofaro et Al
Caratterizzazione termica delle sostanze umiche lungo il profilo di due Vertisuoli. M.T. Dell’Abate et Al
Effetto del livello di saturazione fosfatica sulla estraibilità del fosfato del suolo. R. Indiati et Al
Determinazione del fosforo assimilabile nel suolo - Modifica al metodo Olsen. G. Modugno et Al

III Commissione (Biologia del Suolo) - presidente L. Gianfreda

Sintesi micorrizica con glomus mosseae in piante nobili da legno. M. Bragaloni et Al 
Risposta Biochimica dei suoli ai trattamenti organici. B. Ceccanti et Al
Influenza dell’interramento dei residui colturali sulla sostanza organica e su alcune proprietà biologiche del terreno in una prova a lungo termine in ambiente mediterraneo. G. Convertini et Al
Effetto di elevate concentrazioni di cadmio sul quoziente metabolico del suolo. L. Landi et Al
Integrazione di tecniche fisiche, chimiche e biochimiche per lo studio qualitativo e funzionale di un suolo agrario. S. Marinari et Al

IV Commissione (Fertilità del Suolo) - presidente A. Benedetti

Distribuzione di nutrienti tra suolo e rizosfera. P. Adamo et Al
Monitoraggio di alcune proprietà di un vertisuolo meridionale, ammendato con compost da rifiuti solidi urbani, in relazione alla produzione di frumento e barbabietola. D. Ferri et Al
Fertilizzazione minerale ed organica: influenza sulle proprietà biologiche del terreno e sulla disponibilità di Zn, Cd, Cu, Ni, Pb. C. Mondini et Al
Influenza sull’ordinamento colturale e della concimazione sul contenuto di nitrati in un suolo ammendato con liquame suino. G. Rossi et Al
Dinamica della sostanza organica in tre suoli europei in un gradiente climatico. R. Spaccini et Al
Valutazione dell’impatto del pascolamento di cinghiali (Sus scrofa L.) sulla fertilità del suolo in area mediterranea. A. Trinchera et Al

Introduzione
di P. Sequi

Un manoscritto giovanile del Baini, rinvenuto a Damasco nella Biblioteca Nazionale, riporta un aneddoto della vita di Palestrina che vi ripropongo: in esso si tratta, fra l'altro, di valutazione della qualità del suolo al tempo dei romani.

Narra il Baini che il giovane Giannetto (così fu chiamato il sommo Palestrina in tenera età, e dagli amici anche da adulto) aveva ricevuto un premio dal cardinale Andrea della Valle per un evento del quale solo l'alto prelato era a conoscenza: Giannetto lo custodì tutta la vita come una cosa per lui più che preziosa, ritenendo che collegasse la sua ispirazione ai movimenti degli astri del cielo. Il premio era una reliquia d'eccezione, la santa pietra: un piccolo gioiello antico, realizzato in oro e avorio. Più che per nobiltà dei materiali crisoeburnei e perfezione del lavoro di cesello, la santa pietra era preziosa per la storia miracolosa che custodiva in sé.

Della storia sono noti tre antichi episodi. Secondo il più recente la santa pietra fu incastonata in una lapide di granito per volere testamentario di tale podestà lucchese Guiscardo, a tutela di un'antica stazione romana situata fra Luni e Lucca, arsa da un incendio nel 1242 e da lui ricostruita nel 1255. Un giovedì santo dopo la sua scomparsa, in base alle sue indicazioni, la lapide fu collocata sul capitello della colonna che segnava il limite del borgo, a formare l'abaco, e subito, mentre dal cielo si udiva risuonare un remoto ma possente coro mistico, a protezione della colonna comparve un arco di blocchi di marmo massicci e perfettamente levigati, e sull'abaco prodigioso campeggiò una grande ostia sfolgorante. L'ostia scomparve lo stesso giorno, ma l'arco rimase, e divenne la prima porta della nuova cinta muraria realizzata da Castruccio Castracani. Da allora il borgo sarebbe risorto a nuova vita. Sarebbe stato il papa Leone X dei Medici che, nel donare alla cittadina libertà sotto la tutela e le garanzie del Granducato di Toscana, avrebbe ricevuto da un angelo la reliquia distaccata dalla colonna e l'avrebbe più tardi donata all'arciprete della cappella liberiana perché la usasse per un fine mirabile.

Come era entrato in possesso della pietra Guiscardo? Ecco l'episodio precedente: gli era caduta fra le ginocchia quando, prostrato ai piedi dell'altare, era stato testimone del miracolo di Bolsena nel 1263. Mentre l'agnostico Pietro da Praga si convertiva alla fede vedendo sgorgare sangue dall'ostia durante la consacrazione, egli era al suo fianco; tutti ricordano come a seguito del miracolo papa Urbano benedisse i paramenti e i lini liturgici intrisi di sangue e istituì la festa del Corpus Domini. Nella chiesa una voce disse a Guiscardo: questa è la pietra che potrai usare a fin di bene, quella ha reso miracolosa la lastra di basalto che forma l'altare. La stessa lastra alla quale per ordine di Diocleziano Cristina fu legata da suo padre Urbano quando fu gettata nel lago, la lastra che anziché affondare annegandola galleggiò miracolosamente e la salvò riconducendola a riva (e questo è il più antico dei tre episodi).

Lo sventurato Urbano di mille anni prima, il padre di quella che divenne poi la Santa Cristina di Bolsena, in realtà non era né cattivo né sprovveduto: riponeva una fiducia illimitata nelle proprietà divine della pietra, tanto da averla inserita nella lastra di basalto prima di legarvi sua figlia e di gettarla in acqua. E qui inizia la parte storica di nostra interesse, quella del tempo dei romani.

Non si sa se Urbano fosse in rapporti di amicizia con qualcuno dei sedici componenti del collegio degli àuguri dell'impero o se fosse egli stesso un àugure. Quel che si conosce per certo è che il lituus, lo scettro o, se si vuole, il bastone magico degli àuguri romani, all'epoca recava nella parte terminale dell'estremità ricurva un gioiello crisoelefantino del tipo di quello del quale stiano parlando. Esso era emblema dell'arte divinatoria, del miracolo, del divino, e se tale era la tradizione consolidata c'è da credere che ve ne fossero i motivi.

Si dimentica spesso quali fossero i compiti degli àuguri nella storia di Roma. Essi erano depositari e interpreti dei vaticini, custodi di segreti e di sapienza scientifica, giudici inappellabili di molte decisioni politiche in pace e in guerra, ma la storia moderna non rende ragione del loro compito e li tratta quasi come stregoni. Si dice oggi che alla base delle loro decisioni ci fossero solo voli di uccelli, movimenti di visceri e altri fatti empirici, ma essi altro non erano in realtà che pretesti per non rivelare i segreti professionali.

Fra i compiti degli àuguri c'erano le limitazioni: le operazioni consistenti nel tracciare i confini delle città, degli edifici sacri, dei terreni. Le limitazioni dei terreni erano di importanza pari a quelle dei templi.

Sono in tanti a parlare dell'agrimensura, una scienza sviluppatissima ai tempi dei Romani. Lo strumento geodetico usato in campagna era la groma, e il dibattito in corso da molto tempo sulle sue caratteristiche costruttive e tecniche di maneggio è stato risolto solo nel nostro XX Secolo con la scoperta a Pompei degli elementi di ferro e di bronzo che, reintegrati delle parti di legno perdute, ne hanno consentito la ricostruzione totale. I gromatici tuttavia, ossia gli agrimensori che impiegavano questo strumento, erano operatori tecnici, mentre la parte concettuale, la direzione vera dei lavori, era affidata agli àuguri. I gromatici, erano plebei o liberti, mentre gli àuguri non solo erano eletti fra ì patrizi, ma dopo ogni singola elezione venivano inaugurati (ossia gli altri auguri erano consultati a garanzia del loro gradimento e della protezione di Giove) e vestivano trabee speciali, toghe ornate di fasce di porpora e cocco riservate alla casta imperiale e a pochi altri eletti. La misurazione di un territorio iniziava sempre con un rito religioso celebrato da un augure che ne emanava le direttive. E il rito religioso poggiava su una liturgia dalle basi tutt'altro che empiriche.

Se infatti le basi tecniche delle misurazioni erano completamente codificate e in altre parole immutabili, non altrettanto si poteva dire delle basi scientifiche che stavano alla base della valutazione della qualità del suolo, indispensabile per poter assegnare agli agricoltori una superficie adeguata alle loro necessità.

In effetti tutta la letteratura latina mette in rilievo l'importanza di un corretto rapporto dell'uomo con il territorio. In più punti della sua opera, Plinio il vecchio ricorda l'importanza della qualità del suolo per un buon risultato colturale; il buon vino si ottiene su terreni vocati (che c'è di nuovo oggi?). Una buona sintesi della mentalità scientifica romana è quella che si ritrova all'inizio dell'opera di Columella, che, dopo aver citato le Georgiche di Virgilio (II, 412) quando enunciano il precetto ammira le campagne sconfinate, ma coltiva un podere di dimensioni ridotte, commenta che si tratta di una massima del tutto tradizionale e saggia e che adeguare le proprie forze alle esigenze della terra è un imperativo assoluto, ben noto anche ai cartaginesi che sembra dicessero che "l'agricoltore deve essere più forte dei campi che coltiva". In effetti, prima di acquistare un terreno bisogna sincerarsi di due elementi fondamentali:

  • la salubrità del clima, e
  • la fertilità del terreno,
alle quali si devono aggiungere tre altre qualità di importanza ancora primaria:
  • la disponibilità di acqua,
  • la presenza di strade,
  • il carattere dei vicini.
Quali differenze possiamo trovare rispetto alle moderne valutazioni? Soprattutto gli aspetti chimici della fertilità del terreno, dato che ai tempi dei romani si diceva che era inutile cimentarsi con terreni di fertilità scarsa: allora non si erano avute le conquiste della chimica agraria. Se fossimo un po' più sinceri potremmo anche ammettere che noi tendiamo a dimenticare l'ultima di queste qualità, ma più per convenzione che per convinzione, poiché ancor oggi il carattere amichevole o potenzialmente criminale di un vicino si può riflettere direttamente sul valore di un appezzamento di terreno. Fermo restando, certo, che secondo Columella questa qualità è da considerarsi accessoria e mutevole nel tempo. Come oggi.

Produttività maggiore equivaleva per l'agricoltore a minore necessità di terra: gli àuguri disponevano che per gli assegnatari i gromatici delimitassero estensioni di terreno più ridotte. Gli àuguri erano molto gelosi delle proprie conoscenze. Divinitas quaedam caelitum societas ricorda Plinio: la maestria, intesa anche come capacità professionale di origine divina, è in un certo senso una comunione con i celesti. Così, come assai spesso nella civiltà romana, le forme più elevate del sapere venivano ammantate di mistero e nascoste ai tecnici di rango inferiore, abili ed esperti ma non investiti di poteri decisionali.

E’ tanto stupefacente quanto poco noto come le centuriazioni romane si riflettano ancora oggi nelle diverse misure agrarie italiane di superficie. La pertica milanese è diversa da quelle cremonese, bergamasca, vigevanese, pavese e da molte altre delle provincie vicine; la biolca mantovana è diversa da quelle ferrarese, reggiana, modenese, parmense ed altre; il rubbio ascolano è diverso da quello orvietano e da quello reatino che a sua volta differisce dagli altri in uso nel Lazio; la salma palermitana è diversa da quelle in uso a Caltanissetta, Catania, Messina e Siracusa, per non dire della giornata piemontese, del campo padovano, della tornatura emiliana e romagnola, dello staio toscano e umbro, e così via. Si arriva alla soma che usa in provincia di Ancona, che equivale a circa un ettaro in pianura, ma che sale di un venti per cento a mezza costa e di un buon cinquanta per cento in collina. Trascorrono i secoli e i millenni e ancor oggi il problema di base per una civiltà sostenibile resta quello della definizione della qualità del suolo. Il che rende estremamente attuale questo convegno.

Concludo anticipando alcune legittime domande. Come un'opera di Giuseppe Baini sia potuta finire a Damasco, per prima cosa, è un mistero, anche se alla fine del 1700 molti nobili siriani fecero visita a Roma e si interessarono a vicende musicali (o forse astrali) della nostra storia. Come Giovanni Pierluigi da Palestrina, il più grande ingegno musicale di tutti i tempi, avesse maturato una tal fede nelle proprietà esoteriche della pietra è ancora un mistero, pur se la correlazione fra intervalli musicali e movimenti astrali era tutt'altro che nuova, risalendo almeno a Pitagora. Posso solo aggiungere che la pietra miracolosa ebbe poi una storia convulsa e non chiara; si sa per certo solo che fu tumulata in S. Apollinare in Roma con le spoglie di Giacomo Carissimi e che nel corso degli atti vandalici commessi dall'esercito napoleonico nel 1797 essa andò frantumata. Un frammento, reliquia della reliquia, tornò tuttavia a Firenze non si sa come, e fu incastonato da Leopoldo Il nel muro di un edificio di Pietrasanta non ben individuato, si dice quello nella cappella di destra del transetto del duomo, alle spalle della sommità della pala d'argento di Leone Tommasi che adorna oggi la Madonna del Sole: ci sarà ancora? Si può annotare che, per virtù della pietra o per qualche altro motivo, e certo con l'aiuto concomitante delle bonifiche realizzate dallo stesso Leopoldo, da allora Pietrasanta divenne città, risorse dal nuovo flagello, la malaria che ne aveva decimato la popolazione, e gli abitanti passarono da poche centinaia a molte migliaia. A testimonianza della reliquia cui tanto teneva, il Palestrina ci ha lasciato una splendida messa, denominata Petra sancta. Se l'ascolterete, pensate anche alla scienza del suolo.
 

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