Introduzione
di P. Sequi
Un manoscritto giovanile del Baini, rinvenuto a Damasco nella Biblioteca
Nazionale, riporta un aneddoto della vita di Palestrina che vi ripropongo:
in esso si tratta, fra l'altro, di valutazione della qualità del
suolo al tempo dei romani.
Narra il Baini che il giovane Giannetto (così fu chiamato il
sommo Palestrina in tenera età, e dagli amici anche da adulto) aveva
ricevuto un premio dal cardinale Andrea della Valle per un evento del quale
solo l'alto prelato era a conoscenza: Giannetto lo custodì tutta
la vita come una cosa per lui più che preziosa, ritenendo che collegasse
la sua ispirazione ai movimenti degli astri del cielo. Il premio era una
reliquia d'eccezione, la santa pietra: un piccolo gioiello antico,
realizzato in oro e avorio. Più che per nobiltà dei materiali
crisoeburnei e perfezione del lavoro di cesello, la santa pietra era preziosa
per la storia miracolosa che custodiva in sé.
Della storia sono noti tre antichi episodi. Secondo il più recente
la santa pietra fu incastonata in una lapide di granito per volere testamentario
di tale podestà lucchese Guiscardo, a tutela di un'antica stazione
romana situata fra Luni e Lucca, arsa da un incendio nel 1242 e da lui
ricostruita nel 1255. Un giovedì santo dopo la sua scomparsa, in
base alle sue indicazioni, la lapide fu collocata sul capitello della colonna
che segnava il limite del borgo, a formare l'abaco, e subito, mentre dal
cielo si udiva risuonare un remoto ma possente coro mistico, a protezione
della colonna comparve un arco di blocchi di marmo massicci e perfettamente
levigati, e sull'abaco prodigioso campeggiò una grande ostia sfolgorante.
L'ostia scomparve lo stesso giorno, ma l'arco rimase, e divenne la prima
porta della nuova cinta muraria realizzata da Castruccio Castracani. Da
allora il borgo sarebbe risorto a nuova vita. Sarebbe stato il papa Leone
X dei Medici che, nel donare alla cittadina libertà sotto la tutela
e le garanzie del Granducato di Toscana, avrebbe ricevuto da un angelo
la reliquia distaccata dalla colonna e l'avrebbe più tardi donata
all'arciprete della cappella liberiana perché la usasse per un
fine mirabile.
Come era entrato in possesso della pietra Guiscardo? Ecco l'episodio
precedente: gli era caduta fra le ginocchia quando, prostrato ai piedi
dell'altare, era stato testimone del miracolo di Bolsena nel 1263. Mentre
l'agnostico Pietro da Praga si convertiva alla fede vedendo sgorgare sangue
dall'ostia durante la consacrazione, egli era al suo fianco; tutti ricordano
come a seguito del miracolo papa Urbano benedisse i paramenti e i lini
liturgici intrisi di sangue e istituì la festa del Corpus Domini.
Nella chiesa una voce disse a Guiscardo: questa è la pietra che
potrai usare a fin di bene, quella ha reso miracolosa la lastra di basalto
che forma l'altare. La stessa lastra alla quale per ordine di Diocleziano
Cristina fu legata da suo padre Urbano quando fu gettata nel lago, la lastra
che anziché affondare annegandola galleggiò miracolosamente
e la salvò riconducendola a riva (e questo è il più
antico dei tre episodi).
Lo sventurato Urbano di mille anni prima, il padre di quella che divenne
poi la Santa Cristina di Bolsena, in realtà non era né cattivo
né sprovveduto: riponeva una fiducia illimitata nelle proprietà
divine della pietra, tanto da averla inserita nella lastra di basalto prima
di legarvi sua figlia e di gettarla in acqua. E qui inizia la parte storica
di nostra interesse, quella del tempo dei romani.
Non si sa se Urbano fosse in rapporti di amicizia con qualcuno dei sedici
componenti del collegio degli àuguri dell'impero o se fosse egli
stesso un àugure. Quel che si conosce per certo è che il lituus, lo scettro o, se si vuole, il bastone magico degli àuguri
romani, all'epoca recava nella parte terminale dell'estremità ricurva
un gioiello crisoelefantino del tipo di quello del quale stiano parlando.
Esso era emblema dell'arte divinatoria, del miracolo, del divino, e se
tale era la tradizione consolidata c'è da credere che ve ne fossero
i motivi.
Si dimentica spesso quali fossero i compiti degli àuguri nella
storia di Roma. Essi erano depositari e interpreti dei vaticini, custodi
di segreti e di sapienza scientifica, giudici inappellabili di molte decisioni
politiche in pace e in guerra, ma la storia moderna non rende ragione del
loro compito e li tratta quasi come stregoni. Si dice oggi che alla base
delle loro decisioni ci fossero solo voli di uccelli, movimenti di visceri
e altri fatti empirici, ma essi altro non erano in realtà che pretesti
per non rivelare i segreti professionali.
Fra i compiti degli àuguri c'erano le limitazioni: le operazioni
consistenti nel tracciare i confini delle città, degli edifici sacri,
dei terreni. Le limitazioni dei terreni erano di importanza pari a quelle
dei templi.
Sono in tanti a parlare dell'agrimensura, una scienza sviluppatissima
ai tempi dei Romani. Lo strumento geodetico usato in campagna era la groma,
e il dibattito in corso da molto tempo sulle sue caratteristiche costruttive
e tecniche di maneggio è stato risolto solo nel nostro XX Secolo
con la scoperta a Pompei degli elementi di ferro e di bronzo che, reintegrati
delle parti di legno perdute, ne hanno consentito la ricostruzione totale.
I gromatici tuttavia, ossia gli agrimensori che impiegavano questo strumento,
erano operatori tecnici, mentre la parte concettuale, la direzione vera
dei lavori, era affidata agli àuguri. I gromatici, erano plebei
o liberti, mentre gli àuguri non solo erano eletti fra ì
patrizi, ma dopo ogni singola elezione venivano inaugurati (ossia
gli altri auguri erano consultati a garanzia del loro gradimento e della
protezione di Giove) e vestivano trabee speciali, toghe ornate di
fasce di porpora e cocco riservate alla casta imperiale e a pochi altri
eletti. La misurazione di un territorio iniziava sempre con un rito religioso
celebrato da un augure che ne emanava le direttive. E il rito religioso
poggiava su una liturgia dalle basi tutt'altro che empiriche.
Se infatti le basi tecniche delle misurazioni erano completamente codificate
e in altre parole immutabili, non altrettanto si poteva dire delle basi
scientifiche che stavano alla base della valutazione della qualità
del suolo, indispensabile per poter assegnare agli agricoltori una superficie
adeguata alle loro necessità.
In effetti tutta la letteratura latina mette in rilievo l'importanza
di un corretto rapporto dell'uomo con il territorio. In più punti
della sua opera, Plinio il vecchio ricorda l'importanza della qualità
del suolo per un buon risultato colturale; il buon vino si ottiene su terreni
vocati (che c'è di nuovo oggi?). Una buona sintesi della mentalità
scientifica romana è quella che si ritrova all'inizio dell'opera
di Columella, che, dopo aver citato le Georgiche di Virgilio (II, 412)
quando enunciano il precetto ammira le campagne sconfinate, ma coltiva
un podere di dimensioni ridotte, commenta che si tratta di una massima
del tutto tradizionale e saggia e che adeguare le proprie forze alle esigenze
della terra è un imperativo assoluto, ben noto anche ai cartaginesi
che sembra dicessero che "l'agricoltore deve essere più forte
dei campi che coltiva". In effetti, prima di acquistare un terreno
bisogna sincerarsi di due elementi fondamentali:
-
la salubrità del clima, e
-
la fertilità del terreno,
alle quali si devono aggiungere tre altre qualità di importanza
ancora primaria:
-
la disponibilità di acqua,
-
la presenza di strade,
-
il carattere dei vicini.
Quali differenze possiamo trovare rispetto alle moderne valutazioni? Soprattutto
gli aspetti chimici della fertilità del terreno, dato che ai tempi
dei romani si diceva che era inutile cimentarsi con terreni di fertilità
scarsa: allora non si erano avute le conquiste della chimica agraria. Se
fossimo un po' più sinceri potremmo anche ammettere che noi tendiamo
a dimenticare l'ultima di queste qualità, ma più per convenzione
che per convinzione, poiché ancor oggi il carattere amichevole o
potenzialmente criminale di un vicino si può riflettere direttamente
sul valore di un appezzamento di terreno. Fermo restando, certo, che secondo
Columella questa qualità è da considerarsi accessoria e mutevole
nel tempo. Come oggi.
Produttività maggiore equivaleva per l'agricoltore a minore necessità
di terra: gli àuguri disponevano che per gli assegnatari i gromatici
delimitassero estensioni di terreno più ridotte. Gli àuguri
erano molto gelosi delle proprie conoscenze. Divinitas quaedam caelitum
societas ricorda Plinio: la maestria, intesa anche come capacità
professionale di origine divina, è in un certo senso una comunione
con i celesti. Così, come assai spesso nella civiltà romana,
le forme più elevate del sapere venivano ammantate di mistero e
nascoste ai tecnici di rango inferiore, abili ed esperti ma non investiti
di poteri decisionali.
E’ tanto stupefacente quanto poco noto come le centuriazioni romane
si riflettano ancora oggi nelle diverse misure agrarie italiane di superficie.
La pertica milanese è diversa da quelle cremonese, bergamasca,
vigevanese, pavese e da molte altre delle provincie vicine; la biolca
mantovana è diversa da quelle ferrarese, reggiana, modenese, parmense
ed altre; il rubbio ascolano è diverso da quello orvietano
e da quello reatino che a sua volta differisce dagli altri in uso nel Lazio;
la salma palermitana è diversa da quelle in uso a Caltanissetta,
Catania, Messina e Siracusa, per non dire della giornata piemontese,
del campo padovano, della tornatura emiliana e romagnola,
dello staio toscano e umbro, e così via. Si arriva alla soma
che usa in provincia di Ancona, che equivale a circa un ettaro in pianura,
ma che sale di un venti per cento a mezza costa e di un buon cinquanta
per cento in collina. Trascorrono i secoli e i millenni e ancor oggi il
problema di base per una civiltà sostenibile resta quello della
definizione della qualità del suolo. Il che rende estremamente attuale
questo convegno.
Concludo anticipando alcune legittime domande. Come un'opera di Giuseppe
Baini sia potuta finire a Damasco, per prima cosa, è un mistero,
anche se alla fine del 1700 molti nobili siriani fecero visita a Roma e
si interessarono a vicende musicali (o forse astrali) della nostra storia.
Come Giovanni Pierluigi da Palestrina, il più grande ingegno musicale
di tutti i tempi, avesse maturato una tal fede nelle proprietà esoteriche
della pietra è ancora un mistero, pur se la correlazione fra intervalli
musicali e movimenti astrali era tutt'altro che nuova, risalendo almeno
a Pitagora. Posso solo aggiungere che la pietra miracolosa ebbe poi una
storia convulsa e non chiara; si sa per certo solo che fu tumulata in S.
Apollinare in Roma con le spoglie di Giacomo Carissimi e che nel corso
degli atti vandalici commessi dall'esercito napoleonico nel 1797 essa andò
frantumata. Un frammento, reliquia della reliquia, tornò tuttavia
a Firenze non si sa come, e fu incastonato da Leopoldo Il nel muro di un
edificio di Pietrasanta non ben individuato, si dice quello nella cappella
di destra del transetto del duomo, alle spalle della sommità della
pala d'argento di Leone Tommasi che adorna oggi la Madonna del Sole: ci
sarà ancora? Si può annotare che, per virtù della
pietra o per qualche altro motivo, e certo con l'aiuto concomitante delle
bonifiche realizzate dallo stesso Leopoldo, da allora Pietrasanta divenne
città, risorse dal nuovo flagello, la malaria che ne aveva decimato
la popolazione, e gli abitanti passarono da poche centinaia a molte migliaia.
A testimonianza della reliquia cui tanto teneva, il Palestrina ci ha lasciato
una splendida messa, denominata Petra sancta. Se l'ascolterete,
pensate anche alla scienza del suolo.
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